Alessandro Baricco: mutaciones

y la llegada de los bárbaros

Ana Lara

Alessandro Baricco (Turín, 1958) es un autor versátil y, sobre todo, lleno de curiosidad. Si uno se sumerge en sus obras puede encontrar —desde el teatro, conNovecento, la novela con Tierras de cristalSeda, hasta el ensayo con Barnum oNext— un estilo libre de pedantería y repleto de ganas de comprender el mundo.

En ese camino, quiso hacer, en 2006, un experimento escribiendo un libro por entregas, publicándolo en uno de los diarios más prestigiados de Italia, La Repubblica. El libro es I barbari. Saggio sulla mutazione (Los bárbaros. Ensayo sobre la mutación) (1). Tratándose de Baricco, un autor amado y odiado en la misma proporción, no es raro encontrar agudas críticas a su experimento. Es cierto que en el contenido de la obra hay (tal vez) demasiados temas: desde el nacimiento y estructura del gigante Google, una cierta perspectiva del futbol como espectáculo, la música de Bethoven, hasta la pintura de Ingres. En cada una de las entregas es evidente la intención del autor por desenredar un nuevo aspecto de la civilización que está llegando (o ya llegó) y que va a sobrepasar a las generaciones viejas, que no están dispuestas a comprenderlo y aceptarlo.

Nos concentraremos en la primera entrega, publicada en mayo de 2006: “La mutación que veo a mi alrededor”. Aquí, Baricco describe su idea y sus inquietudes sobre los cambios que se están dando entre dos generaciones que se alejan a cada momento no sólo por el tiempo que las separa, ni siquiera por el momento histórico que vivimos, sino por los cambios dramáticos que la nueva generación está infringiendo en el escenario que habitamos (por el momento, todos, bárbaros y vieja civilización).

Baricco decidió definir a esta generación cambiante como “bárbaros”, no porque él mismo la entienda como tal, sino por el recibimiento que le da la vieja civilización que, obviamente, se resiste al cambio y les teme como a hordas destructivas.

Estos bárbaros conciben el mundo de una forma mucho más superficial, donde reina lo efímero, lo espectacular y la velocidad de cambio. Predomina en su visión la prisa por lo que viene, por la mutación continua, dejando de lado la profundidad de la vida y de lo que la constituye. El hombre vale en la medida de su éxito, en el sentido más “comercial” de la palabra.

Baricco expone así el cambio: “Y aquellos a quienes llamamos bárbaros son una nueva especie, que tiene branquias detrás de las orejas y ha decidido vivir bajo el agua”. El “bajo el agua” se refiere al nuevo hábitat de las generaciones “mutantes” y que las separa, dramáticamente, de las viejas. Y es que en su planteamiento Baricco no da lugar a una pacífica cesión del terreno entre la vieja civilización y la nueva. Habla de una irremediable sustitución. De ahí, el término “bárbaros”, invasores y destructores del acomodo actual del mundo.

La decisión de traducir la primera entrega tiene la intención de antojar a la lectura íntegra de una obra que sorprende por su naturaleza curiosa (en el sentido original de “querer saber”) y por la forma en la que Alessandro Baricco se afana en explicarse (más que explicarnos) los fenómenos que nos señalan la mutación en ciernes y la inevitable desaparición de la civilización como la conocemos ahora.

“La mutazione che vedo intorno a me”

NON sembra, ma questo è un libro. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto scriverne uno, a puntate, sul giornale, in mezzo alle frattaglie di mondo che quotidianamente passano da lì. Mi attirava la fragilità della cosa: è come scrivere allo scoperto, in piedi su un torrione, tutti che ti guardano e il vento che tira, tutti che passano, pieni di cose da fare. E tu lì senza poter correggere, tornare indietro, ridisegnare la scaletta. Come viene, viene. E, il giorno dopo, involtolare insalata, o diventare il cappello di un imbianchino. Ammesso che se li facciano ancora, i cappelli, col giornale – come barchette sul litorale delle loro facce.

Ogni tanto, e mica solo nel lavoro, ci si va a cercare una qualche indigenza. Ed è probabilmente un modo di recuperare una qualche autenticità.

Comunque non vorrei creare false aspettative, quindi chiarisco che non è un romanzo. Il romanzo a puntate, quello non mi attira per niente. Per cui sarà un saggio, nel senso letterale del termine, cioè un tentativo: di pensare: scrivendo. Ci sono alcune cose che mi va di capire, a proposito di quel che sta succedendo qui intorno. Per “qui intorno” intendo la sottilissima porzione di mondo in cui mi muovo io: persone che hanno studiato, persone che stanno studiando, narratori, gente di spettacolo, intellettuali, cose così. Un mondaccio, per molti versi, ma alla fine è lì che le idee pascolano, ed è lì che sono stato seminato.

Dal resto del mondo ho perso contatto un sacco di tempo fa, e non è bello, ma è vero. Si fa un sacco di fatica a capire la propria zolla di terra, non resta molto per capire il resto del campo.

Ma forse in ogni zolla, a saperla leggere, c’è il campo intero.

E comunque, dicevo che c’è qualcosa, lì, che mi andrebbe di capire. Prima pensavo di intitolarlo così, il libro: La mutazione. Solo che non mi è riuscito di trovare nessuno a cui, anche solo vagamente, piacesse. Pazienza. Però era un titolo puntuale. Voglio dire che quella è precisamente la cosa che mi piacerebbe capire: in cosa consiste la mutazione che vedo intorno a me.

Dovendo riassumere, direi questo: tutti a sentire, nell’aria, un’incomprensibile apocalisse imminente; e, ovunque, questa voce che corre: stanno arrivando i barbari. Vedo menti raffinate scrutare l’arrivo dell’invasione con gli occhi fissi nell’orizzonte della televisione.

Professori capaci, dalle loro cattedre, misurano nei silenzi dei loro allievi le rovine che si è lasciato dietro il passaggio di un’orda che, in effetti, nessuno però è riuscito a vedere. E intorno a quel che si scrive o immagina aleggia lo sguardo smarrito di esegeti che, sgomenti, raccontano una terra saccheggiata da predatori senza cultura né storia.

I barbari, eccoli qua.

Ora: nel mio mondo scarseggia l’onestà intellettuale, ma non l’intelligenza.

Non sono tutti ammattiti. Vedono qualcosa che c’è. Ma quel che c’è, io non riesco a guardarlo con quegli occhi lì. Qualcosa non mi torna.

Potrebbe essere, me ne rendo conto, il normale duello fra generazioni, i vecchi che resistono all’invasione dei più giovani, il potere costituito che difende le sue posizioni accusando le forze emergenti di barbarie, e tutte quelle cose che sono sempre successe e abbiamo visto mille volte.

Ma questa volta sembra diverso. E’ così profondo, il duello, da sembrare diverso. Di solito si lotta per controllare i nodi strategici della mappa. Ma qui, più radicalmente, sembra che gli aggressori facciano qualcosa di molto più profondo: stanno cambiando la mappa. Forse l’hanno perfino già cambiata. Dovette succedere così negli anni benedetti in cui, per esempio, nacque l’illuminismo, o nei giorni in cui il mondo tutto si scoprì, d’improvviso, romantico. Non erano spostamenti di truppe, e nemmeno figli che uccidevano padri. Erano dei mutanti, che sostituivano un paesaggio a un altro e lì fondavano il loro habitat.

Forse è un momento di quelli. E quelli che chiamiamo barbari sono una specie nuova, che ha le branchie dietro alle orecchie e ha deciso di vivere sott’acqua. Ovvio che da fuori, noi, coi nostri polmoncini, ne caviamo l’impressione di un’apocalisse imminente. Dove quelli respirano, noi moriamo. E quando vediamo i nostri figli guardare vogliosi l’acqua, temiamo per loro, e ciecamente ci scagliamo contro ciò che solamente riusciamo a vedere, cioè l’ombra di un’orda barbarica in arrivo. Intanto, i suddetti figli, sotto le nostre ali, già respirano da schifo, grattandosi dietro le orecchie, come se ci fosse qualcosa, là, da liberare.

È lì che mi vien voglia di capire. Non so, forse c’entra anche questa curiosa asma che mi prende sempre più spesso, e la strana inclinazione a nuotare a lungo sott’acqua, fino a quando proprio non trovo in me branchie pronte a salvarmi.

Comunque. Mi piacerebbe guardare quelle branchie da vicino. E studiare l’animale che si sta ritirando dalla terra, e sta diventando pesce. Vorrei spiare la mutazione, non per spiegarne l’origine (questo è fuori portata) ma per riuscire anche lontanamente a disegnarla. Come un naturalista d’altri tempi che disegna sul taccuino la nuova specie scoperta nell’isolotto australiano. Oggi ho aperto il taccuino.

Non ci capite niente? Ovvio, il libro non è ancora nemmeno iniziato.

È un viaggio per viandanti pazienti, un libro.

Spesso i libri iniziano con un rito che io amo molto, e che consiste nello scegliere un’epigrafe. È quel tipo di frasetta o citazione che si mette nella prima pagina, giusto dopo il titolo e l’eventuale dedica, e che serve da viatico, da benedizione. Per dire, ecco l’epigrafe di un libro di Paul Auster: ”L’uomo non ha una sola e identica vita; ne ha molte giustapposte, ed è la sua miseria” (Chateaubriand).

Spesso suonano così: qualsiasi boiata dicano, tu ci credi. Apodittiche, per dirla nella lingua di quelli che respirano con i polmoni. A me piacciono quelle che tracciano i bordi del campo. Cioè ti fanno capire più o meno in che campo quel libro va a giocare. Il grande Melville, quando si trattò di scegliere l’epigrafe per Moby Dick, si lasciò un po’ prendere la mano, e finì per selezionare 40 citazioni. Ecco la prima: ”E Dio creò le grandi balene.” (Genesi).

Ed ecco l’ultima: ”Oh la Balenda grande e fiera, / tra il vento e la bufera, / oh il gigante che sa dominare l’infinito mare!” (Canzone baleniera).

Credo che fosse un modo di far capire che in quel libro ci sarebbe stato il mondo intero, da Dio alle scoregge dei marinai di Nantucket. O quanto meno, questo era il programmino di Melville.

Anima candida!, direbbe Vonnegut, con il punto esclamativo.

Così, per questo libro, io avrei scelto quattro epigrafi. Giusto per segnare i bordi del campo da gioco. Ecco la prima: viene da un bellissimo libro uscito da poco in Italia (ed. il Mulino). L’ha scritto Wolfgang Schivelbush ed è intitolato La cultura dei vinti. (Sono titoli a cui, essendo tifoso del Toro, non posso resistere). Ecco cosa dice a un certo punto: ”Il timore di essere sopraffatti e distrutti da orde barbariche è vecchio come la storia della civiltà. Immagini di desertificazione, di giardini saccheggiati da nomadi e di palazzi in sfacelo nei quali pascolano le greggi sono ricorrenti nella letteratura della decadenza dall’antichità fino ai giorni nostri”.

Copiate e mettete da parte.

Seconda epigrafe: la seconda epigrafe la trovate nella prossima puntata.

Che vento che tira, su ’sto torrione.

“La mutación que veo a mi alrededor”

No lo parece pero esto es un libro. Pensé que me gustaría escribir uno, por entregas, en un periódico, en medio de las vísceras de mundo que cotidianamente pasan por ahí. Me atraía la fragilidad del acto: es como escribir al descubierto, de pie, en un torreón, todos te miran y el viento sopla; todos pasan, llenos de afanes. Y tú ahí, sin poder corregir, regresar, redibujar la estructura. Como viene, viene. Y, al día siguiente, a envolver ensalada o convertirse en el sombrero de un pintor de brocha gorda. Admitiendo que ellos se fabriquen todavía sombreritos de periódico —como pequeñas embarcaciones sobre el litoral de sus rostros.

De vez en cuando, y no sólo en el trabajo, se busca una cierta indigencia. Y es, probablemente, un modo de recuperar un poco de autenticidad.

Como sea, no quisiera crear falsas expectativas, por lo tanto, aclaro que esto no es una novela. La novela por entregas no me atrae en absoluto. Por lo que será un ensayo, en el sentido literal del término, es decir, un tentativo: de pensar: escribiendo. Hay algunas cosas que quiero comprender, a propósito de lo que está sucediendo a mi alrededor. Por «a mi alrededor» entiendo la delgadísima porción de mundo en la cual me muevo yo: personas que han estudiado, personas que estudian, narradores, gente del espectáculo, intelectuales, cosas así. Un mundillo, en muchos sentidos, pero finalmente es ahí donde las ideas se ceban, y es ahí donde yo fui sembrado.

Del resto del mundo perdí contacto hace mucho tiempo, y no está bien, pero es la verdad. Uno se esfuerza muchísimo por entender el propio pedazo de tierra y no queda mucho para entender el resto del campo.

Pero tal vez en cada pedazo de tierra, sabiendo leerla, está el campo entero.

Y de todos modos, decía que hay algo, ahí, que quisiera comprender. Primero pensaba intitularlo así, el libro: La mutación. Sólo que no logré encontrar a nadie a quien, aunque sea vagamente, le gustara. Paciencia. Sin embargo, es un título puntual. Quiero decir que eso es, precisamente, lo que me gustaría comprender: en qué consiste la mutación que veo a mi alrededor.

En resumen, diría: todos a la escucha, en el aire, un incomprensible Apocalipsis inminente; y, por todas partes, esta voz que corre: los bárbaros están llegando. Veo mentes refinadas escrutar la llegada de la invasión con los ojos fijos en el horizonte de la televisión.

Profesores capaces, desde sus cátedras, miden a través del silencio de sus alumnos las ruinas que ha dejado tras de sí el paso de una horda que, de hecho, nadie pudo ver. Y alrededor de aquello que se escribe o imagina se cierne la mirada perdida de exégetas que, consternados, cuentan acerca de una tierra saqueada por depredadores sin cultura ni historia.

Los bárbaros, helos aquí.

Ahora: en mi mundo escasea la honestidad intelectual pero no la inteligencia.

No están todos locos. Ven algo que existe. Pero aquello que existe yo no puedo verlo con aquellos ojos. Algo no me cuadra.

Podría ser, me doy cuenta, el normal duelo entre generaciones, los viejos que se resisten a la invasión de los más jóvenes, el poder constituido que defiende su posición acusando a las fuerzas emergentes de bárbaras, y todas esas cosas que han sucedido siempre y que hemos visto mil veces.

Pero esta vez parece diferente. Es tan profundo, el duelo, que parece diferente. Normalmente se lucha por el control de los puntos estratégicos del mapa. Pero aquí, más radicalmente, pareciera que los agresores hicieran algo mucho más profundo: están cambiando el mapa. Tal vez ya lo cambiaron, de hecho. Debió suceder así en los benditos años en los cuales, por ejemplo, nació la Ilustración; en los días en los cuales el mundo se descubrió, de pronto, romántico. No eran desplazamientos de tropas, y mucho menos hijos que asesinaban a sus padres. Eran los mutantes, que sustituían un paisaje por otro y ahí fundaban su hábitat.

Tal vez se trata de uno de esos momentos. Y aquellos a quienes llamamos bárbaros son una nueva especie, que tiene branquias detrás de las orejas y ha decidido vivir bajo el agua. Obviamente, por fuera, nosotros con nuestros pulmoncitos, extraemos la impresión de un Apocalipsis inminente. Donde ellos respiran, nosotros morimos. Y cuando vemos a nuestros hijos deseosos del agua, tememos por ellos, y ciegamente nos lanzamos contra lo único que logramos ver, es decir, la sombra de una horda bárbara que llega. Mientras tanto, dichos hijos, bajo nuestras alas, ya respiran con disgusto, rascándose detrás de las orejas, como si hubiera algo ahí, por liberar.

Es entonces cuando me entran ganas de comprender. No sé, tal vez tenga algo que ver esta curiosa asma que me da siempre con más frecuencia, y la inclinación a nadar largamente bajo el agua, hasta que de verdad no encuentro en mí branquias listas para salvarme.

Como sea. Me gustaría observar esas branquias de cerca. Y estudiar al animal que se está retirando de tierra firme y está convirtiéndose en pez. Quisiera espiar la mutación, no para explicar el origen (eso está fuera de mi alcance) sino para lograr, aunque sea remotamente, dibujarla. Como un naturalista de otros tiempos que dibuja en su libreta la nueva especie descubierta en el islote australiano. Hoy abrí mi libreta.

¿No entienden nada? Obviamente, el libro ni siquiera ha comenzado.

Es un viaje para viandantes pacientes, un libro.

Con frecuencia, los libros empiezan con un rito que yo amo y que consiste en elegir un epígrafe. Es aquél tipo de frasecita o cita que se pone en la primera página, justo después del título y la eventual dedicatoria, y que sirve de sacramento, de bendición. Por decir, aquí el epígrafe de un libro de Paul Auster: “El hombre no tiene una única e idéntica vida; tiene muchas yuxtapuestas, y ésa es su miseria” (Chateaubriand).

Con frecuencia suenan así: cualquiera que sea la tontería que digan, tú lo crees. Apodícticas, por decirlo en el idioma de aquellos que respiran con los pulmones.

A mí me gustan aquellas que trazan el contorno del campo. Es decir, te deja comprender más o menos en qué campo va a jugar ese libro. El gran Melville, cuando se trató de elegir el epígrafe para Moby Dick, dejó ir un poco la mano y acabó por seleccionar 40 citas. Aquí la primera: “Y Dios creó a las grandes ballenas” (Génesis).

Y aquí la última: “¡Oh, la ballena grande y fiera,/entre el viento y la tormenta,/oh, el gigante que sabe dominar el infinito mar!” (Canción ballenera).

Creo que fue una forma de dar a entender que en aquel libro estaría el mundo entero, desde Dios hasta las flatulencias de los marineros de Nantucket. O por lo menos ese era el programita de Melville.

¡Alma cándida!, diría Vonnegut, con signos de exclamación.

Así que para este libro yo elegiría cuatro epígrafes. Justo para señalar el contorno del campo de juego. Aquí el primero: proviene de un bellísimo libro publicado hace poco en Italia (ed. il Mulino). Lo escribió Wolfang Schivelbush y se titula La cultura de los vencidos. (Son títulos a los que, siendo fanático del Toro, no puedo resistirme) (2). Veamos lo que dice en un cierto punto: “El temor de ser invadidos y destruidos por hordas bárbaras es viejo como la historia de la civilización. Imágenes de desertificación, de jardines saqueados por normandos y palacios en colapso en los cuales pastan los rebaños, son recurrentes en la literatura de la decadencia, desde la antigüedad hasta nuestros días”.

Cópienla y guárdenla.

Segundo epígrafe: el segundo epígrafe lo encontrarán en la próxima entrega.

¡Qué viento sopla en este torreón!

(1) Alessandro Baricco. I barbari. Saggio sulla mutazione. Milán: Feltrinelli, 2008. De próxima aparición en español, en México (ya disponible en España, editorial Anagrama).
(2) No es claro a qué se refiere con el «Toro», pero puesto que utiliza la palabra tifoso (fanático), es posible que se trate del “Toro del Bronx”, protagonista de la película Toro salvaje, de Martin Scorsese, al que dedica el capítulo “Toro solitario”, en Barnum 2. Cronache del grande show (Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, Milán, 9ª edición, 2004).

analara@libero.it

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