Bagheria
Dacia Maraini, la pluma de la tragedia cotidiana

Ana Lara

Dacia Maraini (Fiesole, 1936) es una escritora tan prolífica como diversa en los temas y formas literarias que explora. De niña vivió la guerra en la propia piel, recluida con su familia en un campo de concentración en Japón, padeciendo hambre y contemplando la muerte cada día con una mirada infantil que aún alcanza a percibirse en obras como Bagheria (BUR, Milán, 1993), donde predomina, al inicio, esa visión casi inocente, sólo rota por los destellos de una realidad lacerante y devastadora.

Y una de las cualidades que pueden encontrarse al leerla es la cotidianidad de la tristeza, la tragedia entre el resto de las cosas de la vida: la familia —con sus muy particulares torceduras—, la gente del pueblo, la contemplación del mar y los paisajes rústicos de la provincia siciliana.

Bagheria es un relato lúcido construido con los recuerdos del regreso desde el exilio en Japón, de la adaptación a un mundo entre fascinante y liberador, mezclado con los padecimientos de la guerra y luego con las experiencias de la primera juventud. Empieza con la voz de una niña encandilada entre dos mundos, atraída por fuerzas superiores, entre el abuso y la entrada precoz a la madurez, que la llevaron luego a un extraordinario desarrollo literario.

Además de la riqueza de la descripción del paisaje siciliano, que de pronto sumerge al lector en los colores, aromas y sonidos del campo y del mar, está el uso del lenguaje, donde Dacia Maraini combina una narrativa impecable en italiano estándar 1 (considerando que, como ella misma reconoce, de pequeña hablaba más japonés que italiano) con palabras en “dialecto” siciliano, lo que da una particular ambientación al relato. A la autora le gusta llamarlos “azares lingüísticos”, por ser complejos y eficaces a la vez.

Presentamos aquí la traducción del tercer capítulo. La elección se debe a que en este breve fragmento están reunidos los principales hilos conductores de su historia: el hambre, el miedo, la guerra, el amor al padre y el eterno regreso, ya adulta, a los recuerdos de la segunda infancia.

Bagheria

Capitolo III

Alla villa ci aspettava la nonna Sonia dalla larga faccia pallida e dai grandi occhi neri cerchiati di nerofumo come le eroine dei film di Murnau, il nonno Enrico già “allitticatu” da mesi, la zia Orietta dal sorriso dolcissimo e un tic alla spalla destra che sembrava volesse continuamente dare una spallata al mondo, lo zio Gianni dagli occhi intelligenti e dolorosi.

La nostra sistemazione era nella ex stalla, tre camerette ricavate sotto i portici, con un bagno grande quanto una cabina da spiaggia, e delle finestrelle quadrate che davano sul pollaio.

La nostra gioia più grande stava in una porticina che dava su quattro gradini che ci porta-vano nel giardino della villa. Se non fosse stato per quel giardino la casa ci sarebbe stata veramente troppo stretta.

Invece, la mattina appena alzate, ci buttavamo giù per i quattro gradini a correre in mezzo alle aiuole profumate, godendo della bellezza davvero straordinaria del panorama della valle di olivi che digradavano verso il mare.

Lì, io che parlavo più giapponese che italiano, ho dovuto familiarizzare con la grammatica attraverso gli azzardi verbali del dialetto. Mescolando l’inglese dei romanzi di mare, i più amati, con il siciliano delle filastrocche e dei proverbi. A scuola non riuscivo a ingranare, e poi non stavo mai attenta. Mi portavo dietro dei libri da leggere. E trascuravo i compiti per andare dietro al Capitano Nemo e alla Balena bianca.

Un prete, un giorno, mi ha stretto forte a sè e mi ha dato un bacio frettoloso sulla bocca. Ho fatto fatica a sbrogliare la matassa della fede e della moralità, dopo quella volta. In casa non erano cattolici. C’ era una idea dell’uomo come di un prodotto casuale della natura e del caos, un intelligente discendente della scimmia o “della pulce di mare” come diceva mio padre.

Ma per me le cose apprese a scuola e dalle suore suonavano fascinose e più vicine delle idee un poco astratte dei miei. Perciò coltivavo in segreto un piccolo altare con una statuina della madonna delle più convenzionali -velo celeste, occhi al cielo, faccia impenetrabile, bambino al seno, serpente sotto i pie di- e mi inginocchiavo a pregare anche per “coloro che non sanno”.

Nello stesso tempo la guerra mi aveva lasciato una paura insensata della notte e del silenzio. Quando mio padre e mia madre tardavano a tornare, mi torturavo pensando ai loro corpi feriti, sanguinolenti, straziati, spartiti. E finchè non sentivo le loro voci non mi tranquillizzavo.

Con le mie sorelle giocavamo ancora, come nel campo di concentramento, con le pietre e con le foglie. Non sapevamo cosa fossero i giocattoli. E quando cominciarono a regalarci le bambole ci sembrarono un lusso non adatto a noi.

Per anni ho nascosto il pane, quando mi avanzava, come i cani. Mettevo in fondo ai cassetti le zollette di zucchero che poi trovavo sfarinate e coperte di formiche. I bocconi di marzapane, avvolti nella carta, li seppellivo sotto gli alberi, con l’idea di andarli a prendere nei momenti di fame.

Ma la fame, quella del campo, era finita. Ora mangiavamo, anche se in modo semplice e povero. La carne solo una volta al mese, la frutta andandola a prendere direttamente dai contadini. Pasta quanta se ne voleva, condita con l’ olio e il sale o con l’ olio e una alice.

Portavamo le scarpe risolate tante volte, i vestiti rivoltati. Per anni ho avuto un cappotto che era stato ricavato da una vecchia giacca di mio nonno. Una stoffa “di buona lana inglese, indistruttibile” diceva mía madre. Io avrei preferito che fosse stata piu distruttibile per potermi comprare qualcosa di nuovo.

Anche il dentista, quello buono, costava e non c’ erano soldi. Ricordo una seduta atroce, da un dentista paesano, per togliermi un dente guasto, e lui che tirava, scalpelIava, sudava, più o meno come immagino che facessero un secolo fa. L’anestesia era roba da “gran dottori” e i denti me li dovevo togliere come gli altri bambini di Bagheria, con le tenaglie e una caramelIa in bocca, dopo, per farti smettere di lagrimare.

Mio nonno è morto dopo poco e mia madre e mia zia l’hanno pianto tanto. Era un uomo di grande generosita e gentilezza d’animo. Un uomo di molte letture e di gusti raffinati, filosofo dilettante e perfetto enologo. Noi siamo rimasti ancora lì qualche tempo a litigare con la nonna che non ci amava e non ci sopportava. Pinché ci siamo trasferiti a PorticelIo, in una casa un poco più grande, a dieci metri dal mare.

Di quelIa casa ricordo il rumore continuo delle onde sulIe rocce, a volte aspro, anche minaccioso; il freddo delI’inverno mitigato da una stufa che faceva sempre molto fumo; le mattinate perse fra le rocce a pescare quei gamberetti trasparenti e piccolissimi che si annidano nelle pozze di acqua salata.

Mio padre aveva ripreso a lavorare e col primo guadagno si era comprato una barca a vela minuscola su cui uscivamo insieme in mareo lo rimanevo al timone e lui si tuffava a pescare le cernie fra le rocce. Tornava, come un Tritone, tutto lustro e bagnato, con dei grossi pesci appesi alla cintura.

Poi, tutto si e guastato, non so come, non so perché. Lui è sparito lasciandosi dietro un cuore di bambina innamorato e molti pensieri gravi. E mia madre da sola ha dovuto “crescere le bimbe” in mezzo a cumuli di debiti e di cambiali che regolarmente scaclevano togliendoci il sonno.

Bagheria

Capítulo III

En la villa nos esperaba la abuela Sonia, con su amplio y pálido rostro y sus grandes ojos negros delineados de humo negro, como los de las heroínas de las películas de Murnau, el abuelo Enrico, muy enfermo hacía meses, la tía Orietta, que tenía una sonrisa bellísima y un tic en el hombro derecho que parecía como si todo el tiempo quisiera golpear con él al mundo, y el tío Gianni, con sus ojos inteligentes y dolorosos.

Nuestra estancia estaba en el antiguo establo, tres habitaciones malogradas bajo los portales, con un baño tan grande como un vestidor de playa y unas ventanas cuadradas que daban al gallinero.

Nuestra mayor alegría era una pequeña puerta que daba a cuatro escalones que nos llevaban al jardín de la villa. De no ser por aquel jardín la casa nos hubiera parecido realmente demasiado pequeña.

En cambio, apenas levantadas por la mañana, nos lanzábamos a través de los cuatro escalones a correr por entre las jardineras perfumadas, gozando de la extraordinaria belleza del panorama del valle de olivos que bajaba hacia el mar.

Ahí, yo que hablaba más japonés que italiano, he tenido que familiarizarme con la gramática a través de los azares verbales del dialecto. Mezclando el inglés de las novelas de mar, mis preferidas, con el siciliano de las canciones para niños y los proverbios. En la escuela no lograba encajar porque además nunca ponía atención. Me llevaba libros para leer. Y descuidaba las tareas por ir tras el Capitán Nemo y la Ballena blanca.

Un sacerdote, un día, me abrazó fuerte contra él y me dio un beso apresurado en la boca. Me ha costado mucho trabajo desenredar la madeja de la fe y la moralidad después de eso. En casa no eran católicos. Tenían la idea del hombre como producto casual de la naturaleza y el caos, un descendiente inteligente del mono o “de las pulgas de mar”, como decía mi padre.

Sin embargo, para mí las cosas aprendidas en la escuela y con las monjas sonaban fascinantes y más cercanas que las ideas un poco abstractas de mi familia. Por eso, cuidaba en secreto un pequeño altar con una estatuilla de la virgen, de las más comunes –velo azul celeste, ojos al cielo, rostro impenetrable, el niño en el seno y la serpiente a los pies‒ y me arrodillaba ante él a rezar también por “aquellos que no saben”.

Al mismo tiempo, la guerra me había dejado un miedo insensato a la noche y al silencio. Cuando mi padre y mi madre tardaban en volver, me torturaba pensando en sus cuerpos heridos, sanguinolentos, torturados, descuartizados. Y hasta que no escuchaba sus voces no me tranquilizaba.

Con mis hermanas jugábamos todavía, como en el campo de concentración, con piedras y hojas. No sabíamos qué cosa eran los juguetes. Y cuando empezaron a regalarnos muñecas, nos parecieron un lujo poco adecuado para nosotras.

Durante años escondí el pan cuando me sobraba, como los perros. Metía en el fondo de los cajones terrones de azúcar que después encontraba desmoronados y cubiertos de hormigas. Los bocados de mazapán, envueltos en papel, los enterraba bajo los árboles, con la idea de ir por ellos cuando llegara el hambre.

Pero el hambre, aquella del campo, había terminado. Ahora comíamos, aunque fuera en un modo simple y pobre. Carne, sólo una vez al mes; la fruta la íbamos a buscar con los campesinos directamente. Pasta, toda la que quisiéramos, condimentada con aceite y sal o con aceite y una anchoa.

Llevábamos los zapatos remachados tantas veces, las ropas rehechas. Durante años tuve un capote que había sido sacado de una vieja chaqueta de mi abuelo. Una tela de “buena lana inglesa, indestructible”, decía mi madre. Yo hubiera preferido que fuera más destructible para poder comprarme algo nuevo.

También el dentista, el bueno, costaba y no había dinero. Recuerdo una visita atroz a un dentista del pueblo para quitarme un diente roto, y él jalaba, cincelaba, sudaba, más o menos como imagino que hacían hace un siglo. La anestesia era cosa de “grandes médicos” y los dientes me los tenía que sacar como el resto de los niños de Bagheria, con tenazas y un caramelo en la boca después, para hacerte dejar de lagrimear.

Mi abuelo murió poco después y mi madre y mi tía le lloraron muchísimo. Era un hombre de gran generosidad y de ánimo afable. Un hombre de mucha lectura y de gustos refinados, filósofo diletante y un perfecto enólogo. Nosotros permanecimos un poco más de tiempo peleando con la abuela que no nos quería ni nos soportaba. Hasta que nos mudamos a Porticello, a una casa un poco más grande, a diez metros del mar.

De aquella casa recuerdo el sonido constante de las olas contra la roca, a veces áspero, amenazador; el frío del invierno mitigado con una estufa que echaba siempre demasiado humo; las mañanas perdidas entre las rocas para pescar aquellos camaroncitos transparentes y minúsculos que anidaban en las pozas de agua salada.

Mi padre había vuelto a trabajar y con su primer sueldo se había comprado un barco de vela pequeñísima en el que salíamos juntos al mar. Yo me quedaba al timón y él se lanzaba a pescar meros entre las rocas. Volvía, como un tritón, todo brilloso y empapado, con grandes pescados sujetos al cinturón.

Después, todo se descompuso, no sé cómo, no sé por qué. Él desapareció dejando tras de sí un corazón de niña enamorado y muchos y graves pensamientos. Y mi madre tuvo que “crecer a las niñas” sola, en medio de un cúmulo de deudas y pagarés que con frecuencia se vencían quitándonos el sueño y el hambre.~

1 Se conoce como “italiano estándar” a la lengua descendiente del dialecto toscano (o florentino), específicamente del uso literario que se le dio a partir del 1300. Fue denominado lengua oficial de Italia al momento de su unificación política en un esfuerzo por unir, a través de una sola lengua, al pueblo italiano, caracterizado históricamente por mantener y hablar los dialectos propios de cada región. Actualmente, sólo el 45% de los italianos tienen el italiano estándar como lengua materna, el resto lo combina con un dialecto o ni siquiera lo habla.

Para conocer más sobre la vida de Dacia Maraini…

analara@libero.it


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